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Siccome sono raffreddata, stanca e oberata di impegni in queste settimane, proseguo facile con le memorie della mia adolescenza.
Eravamo rimasti alle medie, la gora dell’eterno fetore, il girone infernale degli indecisi, dei tristarelli in cerca di una propria identità e ovviamente di un centro di gravità, non per forza permanente. Io ero una sfigata, lo abbiamo detto. Ed ero anche una sciocca. L’unico momento in cui riuscii ad avere un voto di condotta bassino e una nota. Bassino perché probabilmente mi eclissavo e pensavo a tutt’altro. L’unico mio piacere era un quadernetto, iniziato con la mia unica amica del tempo, Claudia. Per non disturbare e per poter essere connesse, ci passavamo un quaderno appunto con scritte le nostre perplessità e delusioni e tristezze, con osservazioni reciproche su noi, una specie di privatissimo social media ante litteram. E io ero moderatamente furiosa, delusa e stanca. Ricordo nettamente il giorno in cui annunciarono la secessione della Padania da parte della Lega Nord allora neonata, che prometteva sfracelli, divisioni nazionali e una più giusta ripartizione. Io ero invasa dal sacro fuoco dell’ingiustizia, mi pareva un abominio un simile pensiero e scrissi sul quaderno che se fosse accaduto davvero avrei preso un treno per passare il confine tra Padania e Italia, seduta stante. Ne ero convinta. Ovviamente Claudia mi dissuase più e più volte. Non abbastanza, certamente, perché le decisioni che prendo ancora oggi sono radicali, sceme e irremovibili, a meno di misteriose almanaccazioni del destino che me lo impediscono.
La nota fu abbastanza buffa. I miei compagni più stronzetti avevano placcato uno dei poveretti sfigati della classe, Marco, con apparecchio, una famiglia facoltosa e una scatola di matite Caran d’Ache che gli invidiavo con tutta me stessa (ovviamente non sapeva disegnare neanche un uovo e io amavo tantissimo, ero la più brava in Arte). Era sdraiato per terra e loro lo torturavano con toccate varie, solletico, dolorini misti. E - io che ero la paria per eccellenza - mi dissero: - Dai, Bosio, togligli una scarpa! - Io ero beatamente avulsa da tutto, vagamente stuporosa, e come un automa mi alzai e gli levai una scarpa. Forse la buttai pure dalla finestra? Non me lo ricordo. Ovviamente nota istantanea per tutti.
Mia madre e gli educatori (quelli del CAG del primo anno) non riuscivano a trattenere un sorriso di divertimento al leggerla, io ero sinceramente indifferente alla cosa. Non avevo agito con cattiveria, ma così, per leggerezza e tanto per fare.
La mia classe delle medie era brutta, ma proprio brutta. I vincenti erano due ragazzini complementari: uno biondo, ricco e ignorantissimo Nicola (che piaceva a tutte) e l’altro un calcolatore, ricco, freddo e con due occhi da criminale Daniele. E poi c’era il ripetente, Roberto. Lui era un’altra categoria: era il vissuto, che si prendeva gioco di chiunque, specialmente delle compagne più serie. Lo detestavo profondamente, forse più di Nicola.
C’erano poi le ragazze: un paio che facevano le grandi fighe internazionali, Claudia (un’altra) e Manuela, e il codazzo che gliela cantavano e suonavano. Manuela, altra categoria di donna vissuta, ma almeno gentile devo dire. Poi c’era l’outsider Eluio che io adoravo, un ragazzo unico nel suo genere, un amico perfetto, con cui cercavo di legare sul piano puramente platonico, ma che ovviamente mi regalò il nomignolo di babuins in coppia con lui (non chiedetemi come ci arrivarono, chi lo sa, forsa la canzone Ah, bar, bar, bar, bar/Barbara Ann/Bar, bar, bar, bar, Barbara Ann/Barbara Ann/oh, bar, bar, bar, bar, Barbara Ann dei Beach Boys), abortita in tempo zero perché lui era oggettivamente un’altra categoria: aveva un carisma che a me mancava totalmente. Era uno di quegli strani che però piacciono a tutti.
E io? In fondo alla catena alimentare. Tipo un pesce abissale, una rana pescatrice che vagava nel buio con la sua inutile lucetta bioluminescente, un aspetto ripugnante e la sensazione di avere completamente sbagliato pianeta ed essermi incarnata in un individuo destinato alla morte precoce putrescente. Ero irrimediabilmente isolata. Certo c’era Claudia, ma lei aveva un mondo patinato, fatto di completi con scarpe a mezzo tacco e pantaloni eleganti (ovviamente prendevano di mira anche lei) e non faticava ad avere altre amicizie. Io avevo solo lei. Aggiungiamoci il CAG e il quadro è desolantemente completo.
C’era anche un altro strano nel gruppo, un mio ex compagno di elementari, Renato, che però era lontano mille miglia da me, persa in una dimensione diversa e parallela.
No, le medie erano orribili, giusto qualche professore era gentile e simpatico, per esempio quello di Matematica e la profe di Lettere, il profe di Arte (che mi piaceva perché era rigoroso e serio e mi lodava). La profe di Educazione Fisica era indecente, crudele, senza un minimo di considerazione per quelli meno fisicamente allenati, come tutti i profi del genere incontrati.
Dimenticavo quella di Inglese, convinta che fossi brava, in effetti me la cavavo.
All’esame delle medie fui contenta: c’ero solo io e i profi, suonai la mia Yesterday con il flauto (che amavo suonare), tradussi un brano in inglese rispondendo bene alle domande e in generale fu confortante, giusto, piacevole. La massa di quegli inetti era scomparsa, specialmente Roberto che una volta ebbe la brillante idea di mostrarci un cazzetto di plastilina fingendo fosse suo, sì, si misuravano il cazzo i ragazzi e li confrontavano ad alta voce in classe. Ovviamente c’erano le classifiche sulla bellezza delle femmine e non solo. Che brividi di disgusto.
Bene, con grande fiducia arrivò il primo giorno di superiori, Liceo Socio Psico Pedagogico, per gli amici liceo SPP. Ero speranzosa, molto. La mia amica era con me, si era iscritta nella stessa classe, la 1H. La classe era forse peggiore. Tutta femminile (che sembra positivo a vederlo) con un gruppo già formato di bulle stronzette, uno di paesanotte della bassa bresciana, altri membri persi tra discoteche, acidi vari e corsi di salsamerengue ecc, ragazze con dieci relazioni già finite alle spalle, quelle che avevano già scopato, quelle che erano ultraripetenti e via dicendo. Io ero un’altra paria, uguale a prima. Però ero determinata: questa volta avrei trovato qualcuno, porcavacca. Il secondo anno Claudia si trasferì ed ero DAVVERO sola. Girai tutti i gruppi, tutti. Erano uno peggio dell’altro: abissi di ignoranza e volgarità. Giusto due compagne (sempre outsider) mi piacevano: Francesca figlia di benestanti con una cultura eclettica e alternativa e la sua schiava personale adoratrice Elisa. Una diade impossibile da scardinare, cui gravitavo inutilmente attorno come la rana pescatrice di sopra, vedendo qualche lucore qua e là, sempre sola. Ogni anno speravo migliorasse, ogni anno era uguale. I profi però meritavano e io studiavo perché erano belle persone, sapevano trasmettere ottimi concetti e abilità e io studiavo per questo. E loro lo apprezzavano, mi lodavano in pubblico (argh), aggravando la mia posizione perché oltretutto non suggerivo o facevo copiare mai: io odio suggerire, non sono capace e lo ritengo moralmente e praticamente inutile. L’unica luce era Arianna, lei che splendeva (come il suo nome dice) di una luce tutta sua: buona in modo quasi medievale, gentile con chiunque, capace di trovarmi intelligente e interessante, con cui ero amica e mi coinvolse in una organizzazione (purtroppo) cattolicissima radicale. Ma le volevo bene, bene come si vuole alle persone pure, senza doppi fondi, e infatti la insultavano e prendevano in giro con una ferocia che non riuscivo a perdonare. Ma lei lasciava stare, sempre, perché non le vedeva queste cose. Ad oggi è una delle mie migliori amiche e rimane così: una luce morbida in quel buio opprimente, insieme ai miei apprezzatissimi e amati profi, teneri fino alla fine pur se io ero scontrosa e accusatoria.
Ringrazio solo loro, le altre compagne e gli altri compagni per me possono scomparire.
(Antonella, una delle vittime delle bulle del liceo, mi ha ricontattata anni fa perché si ricordava di me, quella saggia che leggeva sempre, ora siamo amiche.)